Il 27 gennaio è stato approvato in Commissione Giustizia al Senato la nuova versione del DDL sulla violenza sessuale, proposto dalla senatrice della Lega Giulia Bongiorno.
Questo DDL costituisce un attacco senza precedenti alle donne, alle persone trans e non binarie e a tuttə coloro che vivono sulla propria pelle la violenza patriarcale.
Distrugge il valore del consenso — inteso come manifestazione libera, chiara e attuale della volontà di avere un rapporto sessuale — e pretende che la persona offesa sia in grado di dimostrare in un’aula di tribunale che quella che ha subito era violenza.
Come soggettività femministe e transfemministe rifiutiamo il ddl Bongiorno perché fa a pezzi il valore del consenso inteso come processo vivo, continuo, esplicito; come manifestazione libera, chiara e attuale della volontà di avere un rapporto sessuale.
Introdurre il concetto di Dissenso significa, di fatto, assumere che i corpi siano disponibili fino a prova contraria, fino a quando non riescono a dire “no” con abbastanza forza.
Il consenso non si presume, non si strappa, non si delega. Il consenso è autodeterminazione.
È la possibilità concreta di dire sì, di dire no, di cambiare idea, senza paura, senza coercizione, senza ricatti. Senza dover dimostrare di aver resistito abbastanza.
Questo disegno di legge non scardina la cultura dello stupro: la rafforza.
Continua a leggere i nostri corpi come territori da giudicare, controllare, interpretare dall’esterno.
Continua a chiedere alle persone sopravvissute di performare la violenza subita per essere credute. Continua a ignorare le condizioni materiali in cui la violenza avviene: disuguaglianze di genere, razzismo, abilismo, transfobia, precarietà, dipendenza economica.
Per noi il consenso è inseparabile dall’autodeterminazione
Non può esistere consenso dove c’è paura di perdere una casa, un lavoro, un permesso di soggiorno, cure mediche, riconoscimento. Non può esistere consenso se i nostri desideri vengono costantemente delegittimati, se le nostre identità vengono negate.
Non vogliamo più leggi che parlano su di noi senza parlare con noi.
Non vogliamo più un sistema che interviene solo dopo la violenza, punendo, invece di prevenire, educare, trasformare.
Vogliamo educazione al consenso, al desiderio, alle relazioni. Vogliamo centri antiviolenza femministi e transfemministi, accessibili, finanziati.
Vogliamo ascolto, credibilità, libertà.
Il consenso non è una formula legale: è una pratica politica.
E la nostra autodeterminazione non è negoziabile.
In vista della mobilitazione nazionale del 28 febbraio a Roma, vi aspettiamo il 15 febbraio per la giornata della mobilitazione territoriale.
Incontriamoci per parlare del Ddl e costruire pratiche di lotte, insieme!!






