Manifestazione: “LIBERE DI ESSERE LIBERE DI VIVERE”

SABATO 7 GIUGNO A TERNI
MANIFESTAZIONE
LIBERE DI ESSERE LIBERE DI VIVERE
NON SIAMO VITTIME SIAMO DONNE! NON SIAMO UN’EMERGENZA SOCIALE!

Ogni giorno in Italia 95 donne denunciano di aver subito minacce, 19 percosse, 14 di essere vittima di stalking, 10 di violenza sessuale. In Umbria tra il 2000 e il 2011 ci sono stati 26 femminicidi e nel 2013 ben 6(dati Istat 2012): Umbria (e Abruzzo) sono le regioni dove nel 2013 sono state uccise il maggior numero di donne in Italia rispetto al numero di abitanti dell’area. Il 14 Aprile a Terni è stata uccisa dall’ex marito Giuseppa Corvi.

La violenza contro le donne, come definita anche dalla Dichiarazione ONU del 1993, è la manifestazione di una disparità storica nei rapporti di forza tra uomo e donna, che ha portato al dominio dell’uomo sulle donne e alla discriminazione contro di loro, e ha impedito un vero progresso della condizione delle donne.

La Violenza Contro Le Donne è ogni atto o minaccia di sopruso fisico, psicologico, sessuale, economico o persecutorio (stalking) contro le donne in quanto donne, per mantenerle in una condizione di inferiorità nei rapporti privati e pubblici.

La Violenza Contro le Donne si basa, dunque, sullo squilibrio delle relazioni tra i generi, sul potere e sulle dinamiche di sopraffazione.

Questa consapevolezza ci impone di mettere in discussione una cultura che tende a giustificare la violenza di genere e a sottovalutarne la portata, affrontando spesso la violenza domestica come un litigio familiare da risolvere con un mediatore o con la terapia di coppia.

Violenza Contro Le Donne è anche controllo del corpo delle donne attraverso l’esasperata medicalizzazione della gravidanza e del parto, che espropria le donne dell’innata competenza femminile del mettere al mondo. Il dato allarmante dei parti cesarei in Italia, pari al 38% a fronte della raccomandazione dell’OMS che stabilisce come ingiustificata una percentuale oltre il 15%, rappresenta un ulteriore violenza al corpo e alla salute della donna.

Violenza contro le Donne è il continuo attacco alla Legge 194 che, di fatto, in Italia è fortemente limitata dalla presenza di medici obiettori all’interno degli ospedali pubblici (ben 7 su 10). Tra 10 anni, quando questa classe medica sarà in pensione, la 194 sarà completamente inapplicabile. Nella nostra regione, inoltre, nonostante una delibera regionale, non è ancora possibile usufruire della pillola abortiva RU486 in regime di Day Hospital, come deliberato dalla Regione nel lontano Agosto 2011, in quanto manca la delibera attuativa che dà il mandato alle ASL per la piena applicazione.

 

La nostra società è impregnata di una cultura maschilista, che ci imprigiona tutti, donne e uomini, in ruoli stereotipati. Le bambine devono essere gentili graziose e sorridenti, le adolescenti seducenti e remissive. Gli uomini sono fin da bambini incasellati nel loro ruolo di uomo forte macho, che non manifesta le sue emozioni perché piangere è da femminuccia. Questa cultura imprigiona le donne in un ruolo subordinato nella società e spesso anche nel privato. È una cultura che produce un immaginario collettivo di donna assolutamente irreale, sempre giovane, bella e formosa. Che è madre, moglie, amante, oggetto sessuale, casalinga e donna in carriera. È una cultura che si produce e riproduce nel linguaggio, nelle immagini, nei media, nelle relazioni e nell’educazione. Una cultura che nega l’unicità di ognuna di noi, il diritto di essere diverse, di essere ciò che siamo e vogliamo essere. Di essere e diventare donne, madri, mogli e compagne come vogliamo. Di vivere la vita che vogliamo come vogliamo.

Questa cultura maschilista è il contesto in cui nasce matura e viene è perpetrata la violenza contro le donne. L’uomoesercita violenza sulla donna come forma di controllo, e la violenza aumenta in maniera proporzionale alla crescita di libertà della donna, che viene vissuta come una messa in discussione del potere dell’uomo. L’uomo violento vuole privare la donna di tutto, dei suoi desideri, dei suoi amici, dei suoi affetti. Ed è proprio quando la donna cerca di riappropriarsi di se stessa e della sua vita, che l’uomo violento diventa più pericoloso.

 

 

  1. Giustizia, sicurezza, leggi

Il decreto sul femminicidio affronta il problema con misure “di emergenza” che niente hanno a che fare con una visione della violenza di genere come fenomeno profondamente radicato e strutturale all’interno della società e del contesto italiano. Questo decreto riduce il problema ad una questione di ordine pubblico e sicurezza, non contemplando le relazioni tra i generi, il potere e le sue dinamiche di sopraffazione e sottovalutandone la portata.Si caratterizza, dunque, come una legge intrisa di quegli stessi valori di cui si nutre la violenza di genere, che riproducono la visione delle donne come corpi deboli e senza parola, sovradeterminati e incapaci di decidere.

Non aver coinvolto nella discussione e nell’elaborazione del decreto le associazioni di donne e la rete dei Centri Antiviolenza che da anni esiste nel nostro Paese e lotta ogni giornocontro il fenomeno della violenza di genere, rappresenta un’occasione persa per la crescita di consapevolezza su questo grave fenomeno e per la creazione di misure efficaci al suo contrasto e alla sua prevenzione, dimostrando, ancora una volta, come la violenza contro le donne sia accettata e radicata all’interno delle istituzioni dello Stato.

Inserire all’interno del decreto misure repressive e securitarie che niente hanno a che fare con la lotta culturale contro la violenza di genere, significa ancora una volta usare il corpo delle donne allo scopo di far passare norme restrittive contro il dissenso. Significa inoltre considerare la violenza di genere non come un fenomeno specifico, che quindi merita un’attenzione esclusiva, ma uno dei tanti fenomeni delinquenziali divenuti particolarmente acuti.

La misura prevista dal decreto relativo alla non “revocabilità della denuncia-querela” per reati realizzati “mediante minacce reiterate”risulta essere del tutto inefficace se non dannosa: il problema non sta nella revoca delle denunce da parte delle donne, ma nel non creare un contesto in grado di supportarle, di prendere una posizione netta contro la violenza. Prevedere l’irrevocabilità della denuncia solo per atti persecutori gravi, senza chiedersi perché le donne revochino le denunce stesse, significa considerarle incapaci di portare avanti il proprio percorso di liberazione dalla violenza e sovradeterminarne le azioni e le decisioni.

Quello della liberazione dalla violenza è un percorso che va sostenuto creando una rete tra servizi e strutture specializzati (centri antiviolenza, sportelli antiviolenza), ospedali, consultori, servizi sociali, forze dell’ordinee magistratura. Significa formare docenti di ogni ordine e grado all’educazione di genere, che gioca un ruolo fondamentale nel contrasto della cultura maschilista, aggressiva e violenta. Significa sostenere con leggi e finanziamenti specifici i percorsi di autonomia e autodeterminazione delle donne, nei centri antiviolenza e nei percorsi di reinserimento lavorativo e sociale.

 

 

  1. La Violenza AssistitaIntrafamiliare

La violenza assistita intrafamiliare si caratterizza come l’esperienza che il bambino o la bambina fa di qualsiasi forma di maltrattamento, compiuta attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica su figure di riferimento sia adulte che minori. Dal 30% al 60% dei figli delle donne maltrattate sono loro stessi vittime di violenza diretta. Sono bambini che manifestano paura, terrore, confusione, impotenza, rabbia, bassa autostima, distacco emotivo, aggressività, passività, dipendenza, somatizzazione. Depressione ansia, vergogna, disperazione, senso di fallimento. Bambini che apprendono subito il disprezzo per le donne e per i più deboli e associano le relazioni affettive a quelle di sopraffazione. Sono bambini che possono sviluppare comportamenti diametralmente opposti: iper-protezione nei confronti della madre, o sentimenti di odio, denigrazione, controllo verso di lei, fino alla violenza fisica, essendo questo l’unico modello affettivo assorbito in casa. La loro educazione sentimentale è caratterizzata da stereotipi di genere: svalutazione della figura materna, disprezzo verso le donne e verso gli uomini che non si adeguano a tali stereotipi. I bambini abusati spesso, da adulti, perpetrano a loro volta la violenza sulle donne e le bambine, da adulte, sono spesso abusate. Rivendichiamo un percorso di educazione di genere e di recupero dei bambini e delle bambine vittime di violenza assistita intrafamiliare, dentro i Centri Antiviolenza; la formazione dei pediatri e dei docenti a riconoscerne i segnali per permettere un intervento quanto più possibile immediato.

TERNI DONNE

CENTRO ANTIVIOLENZA “LIBERETUTTE” di Terni

CENTRO ANTIVIOLENZA “CATIA DORIANA BELLINI”

LIBERA…MENTE DONNA

ASSEMBLEA “DE GENERE”

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