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CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

La spiritualità come forza di ribellione. Il movimento per l’aborto legale in Argentina

Il femminismo parla di corpi nello stesso tempo in cui contesta una spiritualità politica. E questa è politica proprio perché non separa il corpo dallo spirito, né la carne delle fantasie, né la pelle delle idee. Il femminismo (come movimento multiplo) ha una mistica. Lavora dagli affetti e dalle passioni. Apre quel campo spinoso di desiderio, di relazioni d’amore, di sciami erotici, di rituali e feste e di desideri oltre i loro limiti consentiti. Il femminismo, a differenza di altre politiche che sono considerate di sinistra, non priva i corpi della loro indeterminatezza, della loro non conoscenza, dei loro sogni incarnati, della loro potenza oscura. Ed è per questo che lavora sul piano plastico, fragile e contemporaneamente mobilitante della spiritualità.

Il femminismo non crede che esista un oppio dei popoli: ritiene, al contrario, che la spiritualità sia una forza di rivolta. Che il gesto di ribellarsi sia inesplicabile e allo stesso tempo l’unica razionalità che ci libera. E che questo ci libera senza diventare soggetti puri, eroici o buoni soggetti.

La Chiesa lo ha capito da sempre. Si può fare riferimento ancora una volta al classico Il Calibano e la Strega, di Silvia Federici, per ricordare che il rogo di streghe, eretici e guaritrici è stata una scena preferita per denigrare il sapere femminile sopra i corpi e terrorizzare la sua effervescenza curatrice e la sua forza in quanto tecnologia di amicizia tra donne. O ancora possiamo indicare esempi più classici come in Witches, Midwives and Nurses. A History of Women Healers (Streghe, ostetriche e infermiere. Una storia di guaritrici) di Barbara Ehrenreich e Deirdre English, nel cui studio, per esempio, viene analizzato il testo chiave per il rogo delle streghe del 15 ° secolo, affermando che “Niente fa più male alla Chiesa cattolica che le ostetriche “(The Malleus Malificarum), che ovviamente sono anche le curatrici che praticano gli aborti.

Oggi vediamo nelle strade, nelle case, nei letti e nelle scuole una battaglia per la spiritualità politica (che, nel suo movimento massiccio, tinge tutto di verde, come principio-speranza). E così, ancora una volta, la Chiesa cattolica, attraverso i suoi rappresentanti e portavoce uomini sente di avere una missione da compiere, un compito di salvezza delle anime che si traduce in una guerra per il monopolio della tutela sui corpi delle donne.

Le parole che il prete “villero”[i] padre Pepe ha esposto al Congresso hanno condensato tutti gli elementi per mappare la battaglia. Il suo intervento è stato effettuato lo stesso giorno che ha anche esposto la giovane Karen Torres, della baraccopoli 21-24 e Zavaleta (dove Pepe ha lavorato per anni). Coincidenza sintomatica, la referente della città ha detto esattamente ciò che confuta agli argomenti della Chiesa. E lo ha detto attraverso la voce di molte donne per le quali la Chiesa finge di parlare. Karen ha sostenuto: “Nei nostri quartieri sono coinvolte istituzioni come le chiese che sono responsabili della moralizzazione dei nostri corpi, delle nostre decisioni e che operano in modo che le donne non abbiano accesso all’aborto legale. Senza diritti sui nostri corpi e sulle nostre vite, siamo condannate a continuare a essere violate”.

L’intervento del prete “villero” mostra due modi di disprezzare ciò che stanno dicendo le giovani che vivono nelle baraccopoli. Da un lato, dicendo che “il Fondo monetario internazionale è l’aborto” (titolo con il quale è stato fatto circolare mediaticamente il suo discorso), la Chiesa intende imporre l’idea che l’autodeterminazione delle donne, il diritto di decidere del e sul proprio corpo sia una questione neoliberale. Essi disconoscono e distorcono tanto le lotte storiche per aborto come l’attualità del movimento femminista in cui la richiesta di accesso all’aborto sicuro è associata ad una rivendicazione di vita degna e contro le politiche neoliberiste, e in questo amalgama, si sono fatti pañuelazos[ii] in molti quartieri e in molte baraccopoli.

Nella loro pretesa di mostrarsi come gli unici anti-liberali, i portavoce della Chiesa utilizzano questo argomento soprattutto in riferimento alle “donne povere”: vale a dire le donne che loro considerano particolarmente oggetto della loro tutela, alle quali tolgono la facoltà di decidere in nome della loro condizione sociale, e che individuano come resistenti solo se sono madri. Così, nella linea del Vaticano, che utilizzano anche i leader come Juan Grabois (MTE), la trappola che viene tesa si dice di “classe”: si cerca di tracciare una distinzione di classe che giustifichi il fatto che le donne povere non abbiano altra scelta che essere cattoliche e conservatrici, poiché hanno solo la maternità come opzione. In questo modo, l’aborto (cioè, decidere sul desiderio, sulla maternità e sulla propria vita) viene ridotto ad un gesto eccentrico della classe media e alta (che, ovviamente, può mettere in gioco diverse risorse economiche). L’argomento “di classe”, che ovviamente esiste nei termini di possibilità differenziate di accesso ad un aborto sicuro, è invertito: diventa una giustificazione per la clandestinità. Il diritto di decidere, per la Chiesa, deve rimanere così lontano dai quartieri popolari. Questa crociata per infantilizzare le donne “povere” è la punta di lancia, perché se si disarma, la Chiesa stessa rimarrà senza “fedeli”. Ciò che è più brutale è il modo in cui, per sostenerla, devono fare orecchie da mercante – per disconoscere e negare – quello che dicono le donne delle baraccopoli e le organizzazioni che lavorano con le donne. Anche quando le stesse insistono ovunque con lo slogan “smettete di parlare per noi”.

L’argomentazione, sulla tutela paternalistica, ha un elemento in più: padre Pepe evoca le donne detenute – desaparecidas nell’ESMA (la Scuola Superiore di Meccanica della Marina, utilizzata come centro di detenzione durante la dittatura militare) per dire che le stesse, anche in questa situazione estrema, hanno a suo tempo scelto di partorire. Con questa immagine, non solo si sta evitando di menzionare l’appropriazione dei loro figli che vennero considerati “bottino di guerra”, ma anche si sta falsamente ricordando queste donne, detenute e torturate, solo madri dedite al sacrificio. Non è casuale questo riferimento agli anni ’70: proprio adesso che, grazie anche al movimento femminista, si sta ri-leggendo la crudeltà delle torture sessuali sui corpi dei detenute-desaparesidas in relazione al disciplinamento che gli autori dei genocidi hanno imposto per ” punire” le militanti, per non essere rimaste nelle loro case, per avere cercato altri modi di fare famiglia e produrre legami affettivi. Non è un caso che la scena ritorni agli anni ’70 nello stesso momento in cui le ex figlie disilluse dai loro genitori genocidi stanno marcando una continuità tra il campo di concentramento e la scena della violenza domestica.

Ma cos’altro dice questa analogia tra l’ESMA e la baraccopoli? Che le baraccopoli sono i campi di concentramento di oggi? Che le donne dell’uno e dell’altro spazio non abbiano altra scelta che impegnarsi nella maternità a scapito della propria vita? E ‘chiaro che la Chiesa, attraverso i suoi portavoce uomini, non vuole cedere il suo controllo legale sui corpi delle donne e incontra nel movimento femminista una minaccia diretta al proprio potere, costruito sopra il controllo dei corpi femminilizzati e la spiritualità. Poiché è il controllo della vita e dei modi di vita (un’intera guerra si svolge proprio sulla parola “vita”), è ciò che è in gioco per fare della spiritualità un sinonimo di obbedienza e di nuove forme di gestione dei corpi. Certamente, nel Congresso la Chiesa ha i suoi alleati: il testo del Partito peronista che parla dell’aborto come sinonimo della “cultura dello scarto” ha come sfondo l’associazione del femminismo con il liberalismo. Ma è proprio un femminismo anti-neoliberista che si è rafforzato negli ultimi anni e sfida le argomentazioni fallaci dell’istituzione ecclesiale. Il diagramma della forza, in ogni modo, si sta dispiegando nelle strade.

di Verónica Gago,
trad. Roberta Pompili

[i] “Villero” si riferisce a una persona che vive nelle baraccopoli; in questo caso, un prete “villero” è un prete che lavora nella baraccopoli ed è solitamente associato alla Teologia della liberazione.

[ii] I Pañuelazos erano raduni in preparazione alla veglia durante il dibattito del congresso lo scorso 13 giugno. Durante i pañuelazos i sostenitori della legalizzazione dell’aborto indossavano le sciarpe verdi che sono state usate per identificare il movimento e che riecheggiano il velo bianco delle Madri di Plaza de Mayo.