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CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

femminismo punitivo

Femminismo punitivo? Articolo di Tamar Pitch

Pubblichiamo con piacere un articolo della Prof. Tamar Pitch che affronta il problema delle conseguenze del “femminismo punitivo” e del proibizionismo in materia di droghe e segnaliamo che martedi 16 maggio a Roma in via della Dogana Vecchia ci sarà un incontro per riflettere in occasione dell’ultimo numero di Studi sulla questione criminale. Intervengono Maria Rosaria Marella, Silvia Niccolai, Giorgia Serughetti. Coordina Maria Luisa Boccia

 

Il tema delle conseguenze inattese e spesso perverse delle proibizioni legali è un topos della letteratura sulla questione criminale. Oggi, tuttavia, è diventato, a nostro parere, un problema cruciale e una chiave di lettura non solo delle politiche pubbliche in materia di sicurezza, criminalità, terrorismo, ma della politica tutta e, soprattutto, della natura democratica delle nostre società. Ciò che è stato chiamato populismo penale è stato acutamente analizzato e mostrato come una delle modalità contemporanee di ricerca e ottenimento del consenso; il richiamo alla sicurezza e le relative politiche sono da anni al centro dei dibattiti e delle analisi scientifiche; le conseguenze drammatiche sia sul piano culturale e simbolico che su quello pratico di questo cosiddetto punitive turn sono state ampiamente illustrate e dimostrate. Ci sono aspetti, tuttavia, di questi discorsi, nonché dell’inflazione di leggi penali, che meritano di essere ancora messi in evidenza. Di qui la scelta di dedicarvi questo fascicolo.

Tra gli aspetti apparentemente meno importanti, o comunque finora meno esplorati, rispetto alla configurazione democratica dei nostri paesi, situo il consolidarsi di un “femminismo punitivo”: così definirei il moltiplicarsi di richieste, da parte di movimenti di donne che al femminismo esplicitamente si richiamano, di introduzione di nuovi reati, in nome della tutela dell’incolumità e della dignità delle donne. Questo processo non è nuovo, ovviamente (io stessa già ne parlavo negli anni Ottanta del secolo scorso a proposito delle campagne per la riforma della legge contro la violenza sessuale e in seguito rispetto alla legittimazione che queste richieste forniscono alla politiche sicuritarie), ma in questi ultimi anni si è intensificato, in barba alle analisi critiche di molte rispetto, appunto, alle conseguenze perverse dell’accoglimento di queste richieste. Mi riferisco per esempio alla richiesta di introduzione, anche in Italia, del cosiddetto modello nordico di gestione della prostituzione (criminalizzazione dei clienti) e della richiesta di introduzione di un “reato universale” di maternità di sostituzione. In nome della tutela delle donne e dei loro “diritti umani” si sono già fatti parecchi danni (per usare un eufemismo): si va dalle guerre umanitarie per liberare le donne dal burka alla caccia ai migranti colpevoli di attentare all’incolumità delle “nostre” donne. Davvero non si sente il bisogno che a questo tipo di narrazione partecipino da protagonisti i movimenti delle donne stesse. Le conseguenze, sia sul piano simbolico che su quello pratico, rischiano di essere catastrofiche sia per questi movimenti, sia per la libertà delle donne tutte, sia più in generale per il tono e la tenuta delle nostre assai fragili democrazie. La riduzione di tutta la politica a politica criminale, cui queste richieste contribuiscono, non fa che consolidare un punitive turn potenzialmente esiziale per l’agibilità di lotte e conflitti sociali cui invece questi movimenti dovrebbero tenere. A questo tema si riferiscono appunto i primi tre saggi del fascicolo (Dameno, Maqueda, Serughetti). È evidente che le questioni affrontate sono complesse e possono essere riguardate sotto diversi punti di vista: qui, però, il problema centrale è precisamente quello delle conseguenze perverse che le proibizioni legali possono produrre.

Il proibizionismo in materia di droghe è stato anch’esso oggetto di molta letteratura critica. Ciò che forse è meno noto nei nostri paesi è quanto la cosiddetta guerra alla droga sia responsabile della intensificazione e generalizzazione della violenza, degli omicidi, delle sparizioni forzate, della repressione dei popoli indigeni e della distruzione delle loro risorse economiche sociali e culturali, della frammentazione e repressione delle lotte sociali, e, non da ultimo, del femminicidio, vera e propria guerra contro e sul corpo delle donne. La guerra alla droga ha sconvolto e sta sconvolgendo l’assetto economico, sociale e politico di un continente intero, l’America latina, ha prodotto il consolidarsi di ciò che molti hanno chiamato il doppio Stato o la doppia realtà, dove si mischiano e convivono apparati dello Stato e organizzazioni criminali, si generano flussi di denaro enormi che a loro volta producono ulteriore violenza, illegalità, corruzione a tutti i livelli (Don Winslow ha raccontato una parte di questa storia, per quanto riguarda, soprattutto, il Messico). Ma poiché viviamo in un mondo globale, il doppio Stato c’è, più nascosto e per ora meno cruento, anche qui da noi. La criminalità organizzata non ne è che un tassello, le guerre asimmetriche, quelle dette etniche, ossia le “nuove guerre” che si combattono ovunque in giro per il mondo, con il loro corredo di stupri, regolamenti di conti, eserciti privati, terrorismo, migrazioni bibliche ne sono alcune delle conseguenze. Cominciamo a riflettere su questo tema con il contributo di Saborio sulle unità di polizia pacificatrice nelle favelas di Rio de Janeiro. È evidente che questo è solo un inizio: ragioni di spazio ci impediscono di includere altri saggi sulla stessa tematica in questo numero. E, dunque, vi rimandiamo ai prossimi fascicoli…

D’altra parte, la cosiddetta guerra alla droga evoca una domanda fondamentale: in che cosa, davvero, consiste la pena pubblica, ossia l’esercizio del potere di punire da parte dei governi? Si risolve solo (si fa per dire) nella carcerazione di massa? O non dovremmo considerare, come alcuni suggeriscono, le uccisioni da parte delle forze di polizia, le sparizioni forzate, la “guerra” non dichiarata a parti consistenti della popolazione come parte integrante della pena pubblica?

Tamar Pitch